MOSTRA FOTOGRAFICA

Il profossor Keating – Robin Williams nel film L’attimo fuggente del 1989 – salì in piedi sulla cattedra e guardando negli occhi i suoi studenti pronunciò: “È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva”. Quella geniale trovata didattica ebbe il merito di puntualizzare plasticamente il dato fondamentale della percezione dello spazio: il punto di vista e la regola geometrico-ottica che lo sottende, pretende che la prospettiva dello spazio percepito cambi al cambiare di quel punto. È così e non si può fare diversamente! Provare per credere.

Le cronache fiorentine del ‘400 ci raccontano che una mattina del Giugno del 1420 Filippo Brunelleschi riunì un manipolo di amici in piazza del Duomo a Firenze per mostrare un “gioco” di sua invenzione. Si trattava di due tavolette dipinte, oggi perdute, che ritraevano il Battistero di san Giovanni nella prima, mentre nella seconda il soggetto era il Palazzo della Signoria visto dall’angolo di via dei Calzaioli. Bisognava guardare queste tavolette non direttamente, ma attraverso un foro praticato sul retro e lo specchio, posto frontalmente a quella, rimandava una somma tra il reale e la pittura. Ecco che all’improvviso si componeva la magia del veridico “inserimento” di quei due soggetti nella realtà delle relative piazze con il cielo, le nuvole, i piccioni che liberamente volavano, le persone che passeggiavano.
Era nato, anzi rinato, quel linguaggio figurativo che avrebbe permesso agli artisti di rappresentare lo spazio tridimensionale secondo precise leggi ottico-matematiche e a quel linguaggio fu dato il nome di PROSPETTIVA. Un modo di rappresentare lo spazio che diventerà un’arma così potente per rappresentarlo che non si sarebbe più potuto fare a meno di lui; un modo che durerà per molti secoli e ci vorrà la scoperta della quarta dimensione – il tempo, nei primissimi anni del ‘900 – perché quel modo di rappresentare la
tridimensionalità perdesse la sua forza. E fu subito cubismo.

Scrive G.C.Argan nella sua splendida e illuminante introduzione al ‘400 che “la forma è rappresentazione di fenomeni (tutto ciò che è percepito dai nostri sensi) e fenomeno essa stessa; come fenomeno dei fenomeni, è fenomeno assoluto, chiave per intendere il mondo dei fenomeni.” La prospettiva quindi è quel fenomeno che permetterà allo spazio tridimensionale di essere rappresentato in forme bidimensionali sulla superficie del quadro piuttosto che in quella di una fotografia. Per semplificare possiamo dire che la prospettiva è quell’illusione ottica che permette di raffigurare la realtà plastica, volumetrica, su una superficie a due dimensioni. Stiamo quindi parlando di un’illusione che è chiamata a rappresentare la realtà che ci circonda: se non è una rivoluzione percettiva d’importanza capitale questa non so quale altra potrebbe esserlo.

Questo tema nacque tre o forse quattro anni fa e fu seguito da una serie di lezioni fatte in aula sulla storia della rappresentazione dello spazio nell’arte. Far capire la portata dirompente, rivoluzionaria, dell’illusione della tridimensionalità, dell’immagine dello spazio percepita dagli occhi che si identifica con quella concepita dalla mente, era il mio intento e dare al gruppo il tema fotografico PROSPETTIVA-E fu del tutto naturale, conseguente a quelle lezioni. Non è superfluo poi sottolineare il gioco del singolare-plurale del sostantivo prospettiva-e che è stato dato perché abbiamo visto come, nella pratica d’uso, questa ha più declinazioni: dalla primigenia centrale (quella del ‘400) a quella accidentale o d’angolo (tipica del Barocco), o a quella aerea (cioè dei colori) che vuole, come scrisse Leonardo Da Vinci: “…la distanza grande rinchiude dentro di se’ molt’aria infra l’occhio e le montagne, queste paiono azzurre, quasi color dell’aria…e tanto più esso azzurro si fa chiaro, quando si innalza all’orizzonte..”; ma anche simbolica, scientifica, religiosa, ideale,….

Dovevamo imparare a governare le linee diagonali, di fuga (così si chiamano) che la tridimensionalità “disegna” sulla superficie dello schermo della fotocamera (o dello smartphone) e fare attenzione, come detto, al punto di vista che per definizione è fondamentale per la loro messa in scena. Ecco allora che l’architettura che ci circonda diventa il campo d’indagine preferito dai più ma con un’attenzione nuova: non solo sfondo o corollario del proprio click ma protagonista della scena. La fotocamera si sposta ora a destra ora a sinistra del soggetto inquadrato per renderlo più dinamico; si punta l’obiettivo verso l’alto o, al suo contrario, verso il basso; ci si mette di sghembo, ci si avvicina verso una parete per enfatizzare le superfici che, con quello spostamento, diventano fortemente accidentate in favore di una messa in evidenza più “lenta” per quelle opposte.
Le linee di confine delle forme vengono cercate con nuova attenzione, disciplina, perché s’è capito che saranno in grado, con il loro digradare, di informare lo spettatore sullo spazio rappresentato; e senza dimenticare la prospettiva aerea, cioè quella che vuole il colore sempre più uniformato al grigio-azzurro man mano che gli elementi figurativi si allontanano dall’osservatore per porsi in prossimità dell’orizzonte.
Quest’ultimo, sarà bene ricordarlo, dipende esclusivamente dall’altezza di chi guarda, dell’osservatore appunto, e rappresenta “la fine” del nostro sguardo. Tutto rimpicciolendosi finisce lì, all’orizzonte – che poi, per l’uomo, è l’infinito visto che non possiamo raggiungerlo – facendo diventare la prospettiva come colei che, solamente lei, saprà rappresentare come scrive G.C.Argan, l’infinito in forme finite.

Sandro Galante

6 Gennaio 2022

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